Paolo Marinovich Professional Coaching

Le barche sono più sicure in porto,
ma non sono fatte per restare in porto.

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AGILITÀ COMPOSITIVA DEL COACH

Il mio articolo pubblicato su CoachMag di gennaio 2014

 

CoachMag gennaio 2014

 

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"A volte mi sono chiesto quanta "creatività" possa davvero mettere un coach in una sessione o in un intero percorso: creare, sì… ma il "prodotto” può essere il mio? Se creo il processo, o la struttura del processo, potrebbe andare bene - e non è detto; se creo la soluzione o il piano d'azione per il partner, certamente non più: sarei un mentore o un consulente ma non un coach.

La dottrina appare chiara, ma il mio vissuto e il feedback di alcune sessioni demo pubbliche sembrano indicare che la linea di demarcazione tra le due cose è assai sottile: il coach non deve dare e nemmeno indurre soluzioni; facilitarle, sì. Allora, date le undici competenze secondo ICF, ci si potrebbe chiedere quale processo sia non solo possibile ma anche lecito creare.

Condivido qui alcune riflessioni sul tema. Sette, solo sette, note musicali diversamente combinate, dosate, a volte accentuate o attenuate, hanno permesso di comporre tutte le musiche che il genere umano abbia prodotto, suscitando ogni genere di emozione; altre musiche saranno composte usando quelle stesse sette note. Le musiche adatte a una persona o uno stato d'animo non sono necessariamente buone per un'altra persona e/o un altro stato d'animo. In ogni caso generano emozioni e dalle emozioni si sprigiona energia vitale.

Se c'è - e nel coaching non può non esserci - un obiettivo, vi sono più strade possibili per raggiungerlo, con maggiore o minore sforzo, ossia con un investimento variabile in energie emotive e razionali. Il bravo coach legge la mappa del mondo e delle possibili strade del partner e intuisce quali strade il partner desidera o si accinge a percorrere. La sua creatività sta allora nel saper combinare e modulare le undici competenze – con tutti i bemolle e i diesis opportuni – per rendere scorrevole il percorso del partner, anche se non per questo il percorso sarà privo di difficoltà. Scorrevole a partire dalla definizione dell’obiettivo, attraverso la presa di coscienza delle proprie risorse, fino all’assunzione consapevole di responsabilità sul risultato.

Non parlo di estro creativo totalmente libero del coach, il cui rischio sarebbe di essere dispersivo e disfunzionale; parlo di una sorta di agilità compositiva (vi piace l’espressione?) delle competenze, con alcune buone regole, ma affrancata da schematismi superficiali, quasi di maniera; originale, ossia dedicata a quel particolare partner in quel particolare momento ma soggetta a cambiare profondità e ritmo; funzionale, perché accompagna il partner all’obiettivo in modo concreto, avendo cura di aiutarlo a mantenere il suo livello energetico; dulcis in fundo, armoniosa, perché lo accompagna mantenendolo in equilibrio con se stesso e con l’ambiente intorno.

In questo senso mi pare che l’intuizione possa essere una “dodicesima competenza” a pieno titolo e non solo una descrizione della “presenza”. Il coach rimane in ascolto e si allena a dare il benvenuto a quello che nasce dentro di sé, come risposta spontanea alla chiamata spesso improvvisa del partner, a ogni suo segnale di nuova consapevolezza; e la fa sua, in qualche modo, senza giudicarla. Questo può accadere se tra coach e partner si instaura da subito, e persiste lungo il percorso, una dinamica empatica e fiduciosa di scambio e apprendimento reciproco.

Per rimanere in tema musicale, quella che potreste trovare tra due strumenti solisti in una sonata (1). L’apprendimento del coach educa la sua intuizione, come ho sperimentato in percorsi individuali recenti, pur diversissimi fra di loro, su temi di crescita professionale con cambiamento di lavoro.

Nel team coaching, l’apprendimento è più complesso e dipende dal numero di persone coinvolte. Penso – ed esco dagli schemi – che per un team, specialmente se di nuova formazione, il coaching non debba essere totalmente maieutico, almeno nella fase iniziale; e che una rispettosa proposta di metodo di lavoro sia fondamentale per avviarlo.

La chiarezza del metodo aiuta a sviluppare la leadership, sia come insieme sia come singoli individui all'interno del team stesso. Si tratta di creare un patto di condivisione – anche con nozioni basilari di teamwork – e richiamarlo, quando utile, durante il lavoro.

Questo patto deve regolare le interazioni fra i membri del team; interazioni che il coach osserverà durante il lavoro. Tuttavia, facendo appello alla propria intuizione, il coach potrà andare oltre l’osservazione di ciò che sta accadendo e prevedere l’evoluzione delle interazioni stesse all’interno del team; così come in un brano sinfonico si sente tornare un motivo e ci si aspetta la battuta che seguirà. Con analoga attenzione, il coach saprà prevedere – ovvero cogliere con un istante di anticipo – la dinamica del team (anche se a volte potrà esserne sorpreso!) e creare domande potenti nel momento migliore.

Ad esempio, chiedere “perché è importante per ognuno di voi raggiungere questo obiettivo?” può facilitare l’esplorazione di valori forti e l’accordo su una motivazione comune; successivamente, una domanda sistemica come “chi, al di fuori dei membri di questo team, trarrà benefici dal raggiungimento dell’obiettivo? può ampliare l’ecologia del risultato e costituire un rafforzamento della leva motivazionale.

Il coach può anche “istigare” la creatività del team chiedendo di sviluppare una metafora che rappresenti il team rispetto al raggiungimento dell’obiettivo: una narrazione o un simbolo identitario condiviso e aggregante. Sperimentato come membro di un team: funziona.

Se il team manifesta un calo di energia, pur avendo fatto passi avanti verso l’obiettivo, anche il solo chiedere “che cosa è cambiato da quando avete iniziato questo lavoro insieme?” può essere utile per restituire al team e ai singoli componenti la consapevolezza di aver già prodotto un cambiamento.

Per quel che ho potuto vedere, questa consapevolezza comporta una ricarica immediata di energia creativa – come il passaggio, senza pausa e con amplificazione del tema, da un adagio a un allegro (2) – e può accompagnare il team fino alla definizione concreta di obiettivi e piani d’azione che li sostengono.

Questi sono solo esempi. Il coach creativo esprime la propria agilità compositiva e fa sì che le competenze siano messe in campo quando e come servono: originali, funzionali, energetiche e armoniose. Infine, a chi fosse scettico sull’associazione tra energetico e armonioso, mi permetto di suggerire l’ascolto attento delle percussioni che aprono la prima sinfonia di Brahms; tutto quello che viene dopo, è agilità compositiva."

 

  

(1) Ad esempio, violino e pianoforte in molte sonate di Beethoven; tra le quali esemplari, a mio gusto, le sonate “Primavera” e “Kreutzer”.

(2) Molto potente l’attacca dall’adagio un poco mosso del secondo movimento al rondò, allegro del terzo movimento che conclude il 5° concerto per piano e orchestra, L’Imperatore” ancora di Beethoven.

 

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